La collaborazione con l’Associazione Torre del Drago si intensifica spettacolo dopo spettacolo. Ogni nuova produzione è una sfida stimolante, resa possibile dall’estro creativo del suo direttore artistico, Luigi Facchino: un autore capace di trasformare parole e visioni in materia viva, pronta per essere raccontata anche attraverso la fotografia.
Fotografare le sue messe in scena significa andare oltre la semplice documentazione. È un lavoro di ascolto, immersione, empatia. Prima ancora di impugnare la macchina fotografica, leggo il copione. Anche solo a grandi linee, ma abbastanza da lasciarmi ispirare, da iniziare a immaginare le scene, la luce, i silenzi da restituire in immagine.
Poi viene l’azione. Seguo le prove, mi muovo tra le quinte in punta di piedi. Osservo. Ascolto. Cerco quella luce che non illumina solo i corpi, ma restituisce l’anima di ciò che accade.
Così è stato anche per l Aggiustacuori, uno spettacolo che ha chiesto sensibilità e attenzione. Un lavoro potente, capace di lasciare il segno — sul palco come nell’obiettivo.
Se si pensa a uno scrittore, l’immagine più comune è quella di una scrivania, un foglio bianco e una penna in attesa dell’ispirazione. Ma con Luigi Facchino non funziona così.
Lui, autore teatrale, regista, docente di lettere, è un prisma dai mille riflessi. In lui convivono ironia e malinconia, disciplina e slanci, rigore e visione. L’ispirazione non arriva sulla carta. Accade prima.
“Scrivo con la testa,” mi racconta, “prima vedo tutto dentro di me. Quando le immagini sono chiare, solo allora le porto sulla pagina.”
E anche il personaggio de L Aggiustacuori prende vita così: da un’immagine fulminea. Un piccolo sarto con un ago in una mano e un cuore nell’altra.
“Un disegno, forse visto in biblioteca o in un museo. È stata una folgorazione. Da lì è nato tutto.”
Un uomo che aggiusta i cuori spezzati, cucendoli uno a uno. Ma mentre ripara gli altri, prova — forse invano — ad aggiustare anche il proprio.
A rendere questa storia ancora più viva è stato il passaggio dalla pagina alla scena.
I protagonisti? I giovanissimi allievi della compagnia Torre del Drago, che sul palco sembrano attori navigati. Li ho seguiti dalle prime prove alla messa in scena finale, li ho osservati e fotografati. Hanno portato sul palco qualcosa di raro: verità.
“Qual è stato il processo per lavorare con loro?”, gli chiedo.
“Abbiamo lavorato sulle emozioni, sulla musica. Alcuni di loro hanno iniziato in punta di piedi… poi si sono aperti. È come se questo testo li avesse toccati dentro. Dopo lo spettacolo, erano diversi. Più liberi.”
E non posso non chiedere: “In quale dei ragazzi dal cuore rotto ti sei riconosciuto di più?”
“In tutti. C’è un pezzetto di me in ciascuno. Non solo perché avevo bisogno dell Aggiustacuori, ma perché ho provato davvero a entrare nel loro mondo. Racconto loro… ma racconto anche me.”
La scrittura di Luigi non nasce da un gesto meccanico. Prima arriva l’immagine, poi la parola.
Un’intuizione visiva, una specie di coreografia mentale che si compone nella sua testa. È la musica che sblocca il flusso. Le parole, poi, arrivano dopo.
“Scrivo ascoltando. Le immagini nascono nella mente, come visioni. E solo dopo le affido al foglio.”
Un processo che mi appartiene. Anche nella fotografia, tutto comincia da una visione. Da un’immagine invisibile che cerchi, insegui, accendi. E in questo, ci siamo riconosciuti: due linguaggi diversi, un unico alfabeto sensoriale.
L’Aggiustacuori è un testo che parla di dolore. Ma non per suscitare pietà: per trasformarlo.
“Non viviamo più nell’epoca delle favole perfette. Il dolore, se c’è stato, va raccontato. Senza filtri. Io sono più vicino a Miyazaki che a Disney. Nei suoi film il dolore lo tocchi. E ti cambia.”
Nel testo, il dolore non è solo una ferita, ma un ponte. Un passaggio. Un momento in cui qualcosa può finalmente trasformarsi.
“E adesso?”, gli chiedo. “Cosa verrà dopo?”
“Diventerà un romanzo. Ho nuove immagini in testa, nuovi frammenti che chiedono spazio. Devo ascoltarli.”
Poi arriva l’ultima domanda. Quella che non potevo evitare.
“Se potessi aggiustare davvero un cuore con un solo gesto… quale sarebbe?”
Sorride con gli occhi, mentre la voce si fa essenziale, asciutta, come chi non ha bisogno di spiegare troppo.
“Il mio.”
Una risposta che pesa come un punto fermo. E che, in fondo, dice tutto.
Tutto questo è stato possibile anche grazie all’Associazione Torre del Drago — casa, officina e palcoscenico per questo progetto.
Una realtà viva, che da vent’anni investe nel teatro, nella crescita dei ragazzi, nella cultura come possibilità concreta.
E Luigi Facchino, ancora una volta, ha fatto quello che solo i bravi insegnanti sanno fare: trasmettere la sua arte aiutando gli altri a trovare la propria voce.
E forse l Aggiustacuori non è solo il titolo di uno spettacolo.
È un invito. A guardarci dentro. A trovare il coraggio di riparare ciò che è andato in frantumi. A non vergognarci delle crepe.
Forse è proprio questo il suo senso più profondo: un gesto silenzioso che unisce, che ricuce, che insegna — a chi è sul palco e a chi osserva — che si può cadere, sì, ma anche rimettersi in piedi. Che si può soffrire, ma anche guarire.
Perché a teatro, come nella vita, non si è mai davvero soli.
Basta che qualcuno, anche solo per un istante, sia disposto a tendere ago e filo.
Anche solo per un cuore.
Anche solo per un attimo.

Se il mondo dell’Associazione Torre del Drago ti ha colpito — per la passione, l’energia e la bellezza con cui dà vita al teatro — puoi continuare a seguirlo anche online.
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