Due volte campionessa italiana e campionessa europea di MMA, Annabruna Radoš ha 30 anni, origini croate da parte del padre e una determinazione che la rende unica. La sua storia è fatta di riscatto, disciplina e coraggio: quella di una donna che ha deciso di infrangere le regole della “normalità” per affermare se stessa in uno degli sport più duri e maschili che esistano.
Quando ho scoperto la sua storia, ho sentito subito che doveva far parte del mio progetto IT’S A (WO)MAN’S WORLD. Così ho deciso di incontrarla. Ricordo bene il momento in cui sono entrata in palestra: mi ha stretto la mano e la prima cosa che mi ha colpito è stato il suo sorriso. Un sorriso ampio, sincero, che quasi stride con l’immagine che ci si aspetterebbe da una fighter di MMA. In quell’istante ho percepito il suo dualismo affascinante: forza e dolcezza, grinta e solarità. Durante l’intervista, mentre la osservavo raccontarsi, mi accorgevo che la sua storia andava oltre lo sport. Non era solo un elenco di vittorie e titoli, ma un percorso di lotta contro i “no” ricevuti, di cadute e risalite, di sogni che non ha mai permesso venissero infranti. Annabruna non combatte soltanto sul ring: combatte contro gli stereotipi, contro l’idea che certi mondi non siano fatti per le donne. E mentre la ascoltavo, ho capito che ciò che trasmette è molto più potente di qualsiasi medaglia: è un esempio vivo di coraggio e di libertà.
Il suo avvicinamento alle arti marziali è stato quasi casuale. Nel 2014, a Bitetto, inizia a praticare MMA in modo amatoriale, senza sapere che quella palestra sarebbe diventata la scintilla di un percorso agonistico. Alla chiusura del team si sposta all’Angiulli, ma è lì che sperimenta il suo primo grande ostacolo: quando chiede di poter combattere, la risposta è che “non è semplice trovare donne per fare incontri”. Una frase che la demoralizza profondamente.
Annabruna non si arrende. Viene notata dal coach Agostino De Rosa del Wolf Temple di Altamura, che intuisce subito il suo potenziale e la invita ad allenarsi con il suo team. Ricorda la prima volta che il fratello maggiore la accompagna, perché lei – mi confessa sorridendo – ha la patente ma non guida. Dopo poche settimane arriva il primo match a contatto leggero: lo vince. I suoi occhi, mentre lo racconta, ancora brillano: è lì che capisce di aver trovato la sua strada.
Il suo nome di battaglia è Ladybreach, che significa “Signora Violazione”. Una scelta non casuale: “Sono andata contro tutto e tutti – racconta – dal no del vecchio maestro, al no dei miei genitori che non volevano vedermi in gabbia, fino al giudizio di chi mi ha creduta folle”. Una ribellione che non distrugge, ma costruisce: la consapevolezza che se ci credi davvero, puoi cambiare il corso delle cose. In quel momento mi rendo conto che il suo soprannome non è solo un nome da ring, ma la sintesi della sua identità.
Annabruna ama definirsi “figlia della guerra”. Suo padre, croato-bosniaco, è stato ferito durante il conflitto nei Balcani e proprio lì ha incontrato sua madre. “La mia tempra viene anche da lui – spiega – io non mi sento guerriera solo in gabbia, ma nella vita di ogni giorno”. Mentre parla, sento che la sua storia personale è intrecciata al suo modo di combattere. L’MMA per lei non è solo uno sport: è un’eredità, un destino da portare avanti.
In Puglia, Annabruna è l’unica atleta professionista di MMA. Si allena per lo più con uomini, ma non lo vive come una limitazione. “È un punto di forza”, dice. Tuttavia, il pregiudizio affiora ancora: “Con te vado piano, non ti voglio fare male”. La guardo negli occhi e vedo la fermezza di chi, ogni giorno, non si lascia ingabbiare da frasi di questo tipo.
Mi confida che la paura non la abbandona mai del tutto: “C’è sempre, ma con l’esperienza impari a gestirla”. Da un anno lavora con una mental coach, affrontando mindfulness, respirazione e meditazione. Prima era assalita dall’ansia, oggi invece il pre-match è un momento di concentrazione, quasi di gioia: “Oggi mi vado a divertire in gabbia”, si ripete. Continua a parlarmi della competizione: la sua tecnica preferita è lo striking – calci, pugni, ginocchiate – perché racchiude tutta l’adrenalina del confronto. Emozioni intense che si concentrano nei pochi minuti prima dell’arbitro: il silenzio, la strategia, il contatto con l’angolo, poi l’inizio. E mentre lo dice, capisco che per lei ogni incontro è davvero una festa guadagnata con il sudore.
Lo stereotipo più limitante che si è sentita dire è semplice e brutale: “Non puoi, sei una donna”. Mi racconta che nella nostra società esiste ancora una forte mentalità maschilista, eppure è convinta che nulla sia impossibile per una donna.
Alle ragazze che la guardano dal bordo ring, rivolge un messaggio potente: “Credete sempre in voi stesse e non rinunciate a ciò che vi fa stare bene”. E mentre lo dice, penso che questa frase sintetizzi in pieno lo spirito di It’s a (Wo)man’s World: rompere gli stereotipi non con la teoria, ma con l’esempio.
La vita di Annabruna ha ispirato un film diretto da Emanuele Fazio e Tommaso Cittarella (Tars Produzioni). Tutto nasce da un’intervista a seguito di una vittoria a Madrid: la sua storia colpisce i registi, che decidono di raccontarla sul grande schermo. Ad interpretarla è l’attrice Claudia Casale.
“Dieci anni fa non avrei mai immaginato di diventare una professionista – confessa – vedere la mia vita trasformata in un film mi emoziona ogni volta”.
Quando le chiedo cosa rappresenti per lei il combattimento, risponde senza esitazione: “Tutta la mia vita”. E in quel momento capisco che non è una frase di circostanza. È la verità di una donna che ha saputo trasformare i “no” in vittorie, le difficoltà in energia, le cadute in risalite.
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